martedì 7 ottobre 2014

PREVENZIONE: LA DIETA MEDITERRANEA


Contro Il Rischio Diabete

Le difficoltà economiche ci stanno però allontanando dai cibi più sani. Lo studio «Moli-sani» studia quanto giocano i fattori genetici e ambientali nelle malattie cardiovascolari
di Adriana Bazzi


La dieta mediterranea è in crisi da tempo, colpa della recessione. Così si ingrossa l’esercito degli obesi e riemerge il rischio di malattie cardiovascolari che le abitudini alimentari, tipiche dell’Italia e dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, stavano tenendo a bada. Iscritta nella lista del Patrimonio culturale immateriale dell’umanità dall’Unesco nel 2010, oggi sta per essere surclassata da hamburger e patatine fritte, kebab e cibi in scatola, panini e merendine. Perché le verdure fresche e il pesce, capisaldi della dieta mediterranea, sono molto più costosi del cibo spazzatura.
Due studi
La documentazione degli effetti collaterali della crisi a tavola arriva da una ricerca, pubblicata sul British Medical Journal : quanto più è elevato il reddito e il livello di istruzione delle persone tanto più queste sono propense a seguire la dieta mediterranea e tanto meno soffrono di obesità. Un secondo studio, in pubblicazione su Nutrition, metabolism and cardiovascular diseases conferma: a partire dal 2007 hanno dovuto rinunciare, per ragioni economiche, agli alimenti più sani soprattutto gli anziani, i meno abbienti e coloro che vivono nelle zone urbane. I due lavori sono firmati da un gruppo di ricercatori italiani, fra cui Maria Benedetta Donati, e i dati emergono da un progetto chiamato Moli-sani, una sorta di studio Framingham italiano. Quest’ultimo è partito negli Stati Uniti alla fine degli anni Quaranta e da allora sta tenendo sotto controllo l’intera popolazione di una cittadina del Massachusetts, Framingham appunto, alla ricerca di fattori di rischio cardiovascolare. È grazie a questa ricerca se noi oggi sappiamo che il colesterolo in eccesso nel sangue e la pressione alta predispongono a infarto e ictus.
Moli-sano: fattori genetici e ambientali
Lo studio Moli-sani sta facendo qualcosa di analogo: il suo obiettivo è quello di analizzare quanto giocano i fattori genetici e quelli ambientali (compresa appunto la dieta) nel determinare malattie cardiovascolari e certi tipi di tumore. Così un’intera regione si è trasformata in un grande laboratorio scientifico. «Lo studio Moli-sani è partito nel 2002, promosso dalla sede di Campobasso dell’Università Cattolica del Sacro Cuore - spiega Maria Benedetta Donati, che lo coordina e ne parlerà in occasione della decimaConferenza mondiale sul futuro della scienza, promossa dalla Fondazione Veronesi (Venezia, 18-20 settembre) - con l’idea di coinvolgere 25 mila persone dai 35 anni in su, il 10 per cento degli abitanti del Molise: il reclutamento è avvenuto fra il 2005 e il 2010. Poi, l’anno scorso, l’Università ha chiuso i battenti a Campobasso. Si rischiava di compromettere anni di lavoro, ma il gruppo di ricercatori coinvolti nello studio sono stati accolti all’Istituto Neuromed di Pozzilli, a Venafro, sempre in Molise, un istituto di eccellenza che si occupa di ricerca sulle malattie cerebrovascolari, e hanno potuto continuare l’indagine». Di ogni partecipante allo studio, i medici hanno raccolto un prelievo di sangue e dati relativi a peso e altezza. Non solo: hanno sottoposto tutti i volontari a una spirometria e a un elettrocardiogramma e hanno compilato due questionari, uno sulla loro storia clinica e uno sulle abitudini alimentari e di vita. Ora è il momento di richiamare tutti, uno per uno, e di valutare che cosa è cambiato nelle loro abitudini e nel loro stato di salute. Il progetto è una miniera d’oro di informazioni che ha già permesso una serie di osservazioni interessanti, pubblicate in letteratura (su Medline, la banca dati degli studi scientifici, ne sono censiti una trentina). «Chi aderisce alla dieta mediterranea - continua Donati - è più protetto nei confronti di stimoli infiammatori perché quest’ultima è ricca di sostanze antiossidanti. E questo è un vantaggio dal momento che l’infiammazione cronica è alla base di molte patologie come il diabete o la sindrome metabolica».
I diabetici

Un altro dato interessante riguarda i diabetici (2000 sui 25 mila partecipanti all’indagine): se consumano cibi sani hanno una mortalità inferiore rispetto agli altri. «Le buone abitudini alimentari si stanno però perdendo - conclude Bernardi - e ci stiamo adeguando alle abitudini d’ oltreoceano che, purtroppo, sono le più ricercate dai giovani».
http://www.corriere.it/salute/nutrizione/14_settembre_08/dieta-mediterranea-contro-rischio-diabete-7e0c26f0-373c-11e4-bcc9-7c497bbfce5d.shtml

venerdì 3 ottobre 2014

Diabete sotto osservazione


La retinopatia diabetica è una frequente complicazione oculare. Nuovo rapporto sul diabete al VII Changing Diabetes Barometer Forum: se ne parla il 10 e l'11 luglio 2014 a Monte Porzio Catone (Rm)
Diagnosticare tempestivamente il diabete e tenerlo sotto controllo è essenziale anche per la vista. Tra le principali complicazioni della malattia c’è, infatti, la retinopatia diabetica (che coinvolge la retina): per questo, oltre al controllo periodico della glicemia, è necessario sottoporsi almeno una volta l’anno all’esame del fondo oculare. Un’occasione per parlare del diabete e dei suoi rischi è il VII Changing Diabetes Barometer Forum che si svolge a villa Mondragone  il 10 e l’11 luglio 2014 (Monte Porzio Catone, Roma), in occasione del quale viene presentato il Rapporto “Fatti e numeri del diabete in Italia nel 2014”.
Più  diabetici, più spesa
I tre milioni di diabetici che indicativamente vivono in Italia corrono un rischio doppio di essere ricoverati in ospedale, dove la loro permanenza è in media del 20% più lunga. Il diabete, che solo in Italia colpisce 3,3 milioni di persone, è responsabile ogni anno di circa 12 mila ricoveri ogni 100 mila persone. Questo stato delle cose grava sulle casse dello Stato per 6 miliardi di euro l’anno. Essenziale è quindi diagnosticarlo il prima possibile, controllarlo correttamente e, quindi, prevenire anche le sue numerose complicazioni con i relativi costi.

Una  malattia cronica in crescita
Il diabete è una malattia cronica in forte aumento soprattutto tra gli anziani: circa due terzi dei diabetici in Italia hanno più di 65 anni. Secondo l’Oms i diabetici nel mondo sono complessivamente 347 milioni. Un malato su due risulterebbe già affetto da qualche complicanza legata agli zuccheri eccessivamente concentrati nel sangue. Inoltre se si è diabetici bisogna tenere d’occhio anche l’andamento della glicemia nel tempo (glicemia glicata).

L'importanza  della prevenzione
Fondamentale è prevenire il diabete mediante un corretto stile di vita, che va da un’attività fisica quotidiana di almeno mezz’ora al giorno a un’alimentazione sana, passando per la rinuncia al fumo e l’assenza di stress. Un diabetico colpito da retinopatia può essere sottoposto a trattamento laser della retina (laserterapia): si può arrestare la proliferazione indesiderata dei nuovi vasi ‘bruciando’ le zone malate.


Due giorni dedicati alla salute e... agli zuccheri
L’evento del 10 e 11 luglio 2014 – patrocinato, tra gli altri, dall’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità-IAPB Italia onlus – è stato organizzato dall’Italian Barometer Diabetes Observatory Foundation (IBDO) e dall’Università di Tor Vergata (Roma), sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, col patrocinio di Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione Europea, Parlamento Europeo e Ministero della Salute: è l’occasione per degli “stati generali” sul diabete, in occasione del semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea appena avviato, grazie alla partecipazione di numerosi esperti di clinica, economia e politiche sanitarie. Un modo per affrontare un problema di salute sempre più presente nei Paesi occidentali.

lunedì 29 settembre 2014

Nasce l'agenda digitale condivisa sul diabete - diretta web


10:51 08 SET 2014


(AGI) - Roma, 8 set. - Cibo, per molti croce e delizia. Ma alimentazione vuol dire anche prevenzione, soprattutto quando si parla di patologie come il diabete. Se ne discute questa mattina in diretta web per #5azioni, la conversazione online lanciata da Sanofi per stilare la prima agenda digitale condivisa sul diabete. Cinque azioni necessarie per prevenire e gestire adeguatamente il diabete che saranno presentate alle istituzioni a novembre durante la Giornata Mondiale del Diabete.

Piu' della meta' dei 3 milioni di diabetici presenti in Italia soffre di sovrappeso o di obesità, gravi fattori di rischio per lo sviluppo di complicanze metaboliche e cardiovascolari. In live streaming alle 11.45 da Bologna, durante le giornate del Salone internazionale del biologico e del naturale, medici, esperti e foodblogger presentano "La ricetta della prevenzione". Tra gli altri: Rita Stara Presidente Federazione Diabete Emilia Romagna, Giulio Marchesini Reggiani responsabile dipartimento di Malattie del Metabolismo e Dietetica all'ospedale Sant'Orsola di Bologna, Giuseppe Capano chef diabetologo autore di un ricettario sul diabete, Barbara Asprea giornalista specializzata in alimentazione e dietista, Lorenza Dadduzzio e Flavia Giordano fondatrici di Cucina Mancina.
  Intervengono: Roberto Vettor, Direttore della Clinica Medica 3 - Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell'Universita' di Padova, Claudio Maffeis Direttore Unita' Operativa Complessa di Diabetologia, Nutrizione clinica ed Obesita' in eta' pediatrica ULSS 20 in convenzione con Universita' di Verona e Rosanna Lambertucci direttrice di Piu' Sani Pii' Belli.

venerdì 26 settembre 2014

Diabete e obesità. Ecco tutte le novità terapeutiche in arrivo nei prossimi anni

Dalle insuline inalatorie e in cerotto, agli analoghi del GLP-1 orali, agli anticorpi ‘attivanti’ il recettore dell’insulina per il diabete; dalla liraglutide alla lorcaserina per l’obesità. Si prepara la carica delle nuove terapie per contrastare la pandemia di ‘diabesità’, presentate al congresso dell’American Diabetes Association (ADA) appena concluso a San Francisco.

20 GIU - Insulina inalatoria. Ci si prova da anni a mettere a punto un’insulina da somministrare per via inalatoria, anziché sottocutanea; ma tutti i tentativi passati sono falliti perché esponevano al rischio di complicanze polmonari. Ma adesso ci si riprova. Al congresso dell’American Diabetes Association (ADA) sono stati presentati due studi, richiesti dall’FDA, per l’approvazione di una nuova insulina inalatoria (Technosphere Insulin Inhalation Powder). Il primo di questi ha dimostrato che l’insulina inalatoria dà un minor numero di crisi ipoglicemiche e di aumento ponderale, rispetto a quella somministrata per via tradizionale, senza provocare complicanze polmonari. In un secondo studio, un gruppo di pazienti con diabete scompensato, mai trattati in precedenza con insulina, sono stati randomizzati a insulina inalatoria o a placebo; il gruppo trattato ha mostrato un miglior compenso glicemico, al prezzo di un minimo incremento ponderale. Gli episodi di ipoglicemia, sebbene maggiori nel gruppo trattato, sono stati relativamente scarsi. La decisione dell’FDA circa l’autorizzazione al commercio di questa nuova insulina è attesa per il prossimo luglio.

Insulina in cerotto. Un’ulteriore alternativa all’insulina iniettabile, in fase di studio è il cosiddetto ‘cerotto’. Topicon è una nuova piattaforma tecnologica, progettata per consentire un rilascio transdermico passivo di insulina (determir e glargine liofilizzate), attraverso un cerotto Thermomatrix. In uno studio in vitro, un gruppo di ricercatori americani ha dimostrato che le formulazioni Topicon a base di analogo lento dell’insulina, passavano dallo stato solido (a 25°) ad uno stato gelatinoso (a 32°, la temperatura della pelle), consentendo un assorbimento graduale e costante di insulina per via transdermica, per sette giorni. Sono attesi a breve gli studi di validazione su modello suino, con analoghi rapidi dell’insulina.

Insuline orali. A metà strada tra un’insulina orale e un cerotto, all’ADA è stato presentato uno studio di fase I che prevedeva la somministrazione di insulina attraverso una striscia, da applicare sulla mucosa orale, che rilascia gradualmente insulina, legata a nanoparticelle inerti. La sperimentazione sull’insulina transorale ha dato risultati promettenti, determinando un rapido assorbimento e una buona bioattività della stessa. Molti sono gli studi in corso mirati alla messa a punto di formulazioni di insulina per via orale. L’ORMD-0801 è un programma di studi sperimentali che utilizza la tecnologia POD, con supporto antiproteolitico e fattori di facilitazione dell’assorbimento, per consentire la somministrazione di insulina per via orale e il suo assorbimento attraverso il tratto gastrointestinale. L’ORMD-0801 ha dimostrato la possibilità di ottenere un buon controllo metabolico sia nel diabete di tipo 1 che 2; è al momento in corso un vasto programma di trial clinici, mentre si continuano ad sperimentare migliorie tecnologiche, quali l’aggiunta di particolari surfactant all’insulina orale.

Le premiscelate del terzo millennio. Al congresso di San Francisco è stata presentata una metanalisipost hoc che dimostra come gli adulti con diabete di tipo 2, che raggiungevano un target di emoglobina glicata inferiore a 7%, presentino un rischio di ipoglicemia nettamente inferiore con la nuova premiscelata Ryzodeg, rispetto a quelli in trattamento con l’insulina bifasica aspart 30. La metanalisi ha confrontato i tassi di ipoglicemia nei due gruppi di trattamento, al termine del programma dei sei studi BOOST, che hanno avuto una durata di 26 settimane e hanno coinvolto oltre duemila persone, in 30 nazioni. Il rischio di ipoglicemia complessiva e notturna è risultato rispettivamente inferiore del 30% e del 66% nei soggetti trattati con la nuova premiscelata, rispetto a quelli in trattamento con aspart bifasica. I soggetti trattati con Ryzodeg inoltre presentavano una maggiore riduzione dell’insulina a digiuno, rispetto ai trattati con aspart bifasica (-54,8 mg/dl contro -38 mg/dl); infine le unità di insulina giornaliere medie impiegate al termine dello studio sono risultate inferiori nel gruppo Ryzodeg, che nel gruppo aspart bifasica (rispettivamente 0,9 U/Kg, contro 1,1 U/Kg). Ryzodeg è la prima associazione al mondo, in un’unica penna, di due analoghi dell’insulina, l’ultralenta degludec e la rapida aspart, in rapporto 70/30. È già stata approvata in Europa e in diversi altri Paesi del mondo.

Le nuove associazioni insulina-GLP 1 analogo. Due in uno nella stessa penna. Ci si prova con IDegLira, una combinazione di insulina degludec e liraglutide (un GLP1 analogo) che prevede una singola iniezione al giorno, per il trattamento del diabete di tipo 2. I risultati dell’estensione di 26 settimane dello studio DUAL, presentati al congresso dell’American Diabetes Association confermano l’efficacia e la sicurezza di questa associazione precostituita. A 52 settimane, IDegLira ha dimostrato una persistente e statisticamente significativa riduzione dell’emoglobina glicata di 1,8 punti percentuali, rispetto ai valori basali, in una popolazione di adulti con diabete di tipo 2, non trattati in precedenza con insulina. I valori medi di emoglobina glicata al termine dello studio sono stati 6,4% con IDegLira, 6,9% con l’insulina degludec e 7,1% con liraglutide. Ben il 78% dei soggetti in trattamento con IDegLira ha raggiunto il target di emoglobina glicata inferiore al 7%, contro il 63% di quelli trattati con degludec e il 57% di quelli in terapia con liraglutide. I soggetti trattati con IDegLira, al termine dello studio presentavano un calo ponderale medio di  0,4 Kg, mentre quelli in trattamento con insulina mostravano un aumento di peso di 2,3 Kg; al contrario, i soggetti trattati con liraglutide presentavano un calo ponderale di 3 Kg. Il tasso di ipoglicemie nei soggetti trattati con IDegLira infine è stato del 37% inferiore rispetto ai soggetti trattati con degludec; quelli del gruppo liraglutide, mostravano i tassi più bassi in assoluto. “Mantenere il compenso glicemico, man mano che il diabete progredisce – commenta il professor John Buse, University of North Carolina School of Medicine, Chapel Hill, North Carolina (USA) – è un problema, visto che i pazienti hanno timore di iniziare nuovi trattamenti che possono comportare il rischio di effetti indesiderati, quali l’aumento del peso o l’ipoglicemia. I risultati degli studi con IDegLira presentati al congresso dell’ADA indicano tuttavia che questo trattamento può fugare queste preoccupazioni”.

L’analogo del GLP1 orale. Sono allo studio formulazioni orali anche per gli analoghi del GLP 1. Molti i benefici teorici di questa nuova formulazione: posologia facilitata, rilascio più fisiologico sul sito d’azione, riduzione degli effetti indesiderati gastro-intestinali. Il nuovo farmaco sperimentale della TransTech Pharma, per ora definito dalla sigla TTP273, ha dimostrato una buona efficacia sia in monosomministrazione serale, che nei regimi a due somministrazioni al giorno. Oltre ad una sensibile riduzione della glicemia, il nuovo farmaco orale ha prodotto una riduzione dei valori pressori (sia diastolici che sistolici) e dei trigliceridi. Il TTP054 è una seconda molecola, messa a punto dalla di TransTech Pharma, nell’ambito del suo programma di sviluppo di agonisti recettoriali del GLP-1; anche TTP054 è un agonista non-peptidico del recettore per il GLP-1 sulle cellule pancreatiche, che si è dimostrato efficace in somministrazione orale per il trattamento del diabete di tipo 2. E’ al momento in valutazione in studi di dose-finding.

Un anticorpo monoclonale anti-diabete. Un’azienda biotech californiana, la XOMA, sta sperimentando un approccio del tutto innovativo al trattamento del diabete. Si tratta di un anticorpo monoclonale che si lega al recettore per l’insulina, modulandone l’azione. Nelle intenzioni degli sperimentatori, questo farmaco dovrebbe essere somministrato sottocute una volta alla settimana per garantire un’insulinizzazione basale, senza il rischio di crisi ipoglicemiche. IL farmaco è stato finora sperimentato su primati, con buoni risultati; sono attesi a breve i primi studi nel’uomo.

Le performance anti-diabete del farmaco anti-obesità.La lorcaserina è un nuovo farmaco, approvato dall’FDA come terapia anti-obesità, in aggiunta ad una dieta ipocalorica e ad un programma di esercizio fisico, per la gestione a lungo termine dei soggetti obesi o in sovrappeso; il farmaco non è stato approvato dall’EMA, che non ha ritenuto soddisfacente il suo profilo di sicurezza. Lorcaserina è un agonista selettivo del recettore 2c della serotonina (5HT2c) che causa un aumento del senso di sazietà dopo il pasto e una riduzione del senso di fame; questi effetti provocano una minor assunzione di cibo e quindi un calo ponderale. Una riduzione anche modesta del peso, intorno al 5%, può migliorare il compenso glicemico e ridurre il rischio di diabete. Un’analisi post hoc, presentata all’ADA, ha valutato la progressione dalla condizione di prediabete a quella di diabete, nell’arco di un anno di terapia con lorcaserina, confrontata con il placebo; i dati esaminati provenivano dai trial BLOOM/BLOSSOM, condotti su una popolazione di soggetti obesi (BMI 30-45), non diabetici e con almeno una condizione comorbile, associata all’obesità. Il trattamento con lorcaserina ha prodotto un maggior calo ponderale, che nel gruppo di controllo e una minore progressione verso una condizione di diabete; nell’arco dell’anno di durata dello studio, hanno sviluppato diabete il 2% dei soggetti trattati con lorcaserina, contro il 3% del gruppo placebo.

Liraglutide: l’anti-obesità 3.0 Il programma di studi LEAD ne ha ampiamente dimostrata l’efficacia come antidiabetico. Adesso, tocca ai trial del programma SCALE (Satiety and Clinical Adiposity –LiraglutideEvidence) dimostrare che questo analogo del GLP-1, prodotto dalla danese Novo Nordisk, è efficace anche come farmaco anti-obesità negli adulti in sovrappeso/obesi e affetti da diabete mellito di tipo 2. La posologia per questo nuovo campo di applicazione è superiore a quella utilizzata in clinica nel diabete (3,0 mg/die contro gli 1,8 mg/die tradizionali). I risultati a  56 settimane dello studio di fase 3a SCALE Diabetes, condotto su 846 pazienti e presentati al congresso dell’American Diabetes Association,evidenziano che liraglutide 3 mg/die ha comportato una riduzione di peso del 5,9% rispetto ai valori iniziali, contro il -4,6% di liraglutide 1,8 mg/dl e il 2% del placebo. Ben il 22% dei trattati con liraglutide 3 mg/die ha ottenuto con questo trattamento un calo ponderale superiore al 10% dei valori basali, al termine delle 56 settimane dello studio. Oltre al calo ponderale, liraglutide 3,0 mg ha prodotto anche una riduzione di 1,3 punti percentuali di emoglobina glicata e oltre il 70% dei trattati ha raggiunto il target di emoglobina glicata inferiore a 7%.  Sulla base dei risultati del programma di studi SCALE, è stata avanzata da mesi una richiesta di New Drug Application (NDA) e una di Marketing Authorization Application (MAA) sia all’FDA, che all’EMA per l’impiego di liraglutide come terapia per la gestione cronica del peso negli adulti obesi o in sovrappeso (con BMI ≥ 27) e con diabete di tipo 2.

Maria Rita Montebelli


giovedì 18 settembre 2014

Diabete: e se la cura venisse dall'intestino?

Ricercatori della Columbia University hanno trovato il modo di far produrre insulina a cellule gastrointestinali umane
Nelle persone che soffrono di diabete di tipo 1, le cellule del corpo che producono naturalmente insulina vengono distrutte dal sistema immunitario. Oggi è possibile ricostruire le cellule pancreatiche in laboratorio, a partire da cellule staminali, ma le cellule così ottenute che non hanno ancora tutte le funzioni di quelle che si cerca di sostituire. Ora un lavoro pubblicato suNature Communications rivela che potrebbe esserci un'altra via, grazie alla modificazione genetica.
I ricercatori del Naomi Berrie Diabetes Center della Columbia University di New York sono riusciti a riconvertire cellule gastrointestinali umane in cellule in grado di produrre insulina e per ottenere questo risultato hanno silenziato un solo gene. "Si è parlato a lungo della possibilità di trasformare una cellula in un'altra", spiega Domenico Accili, autore anziano dello studio, "ma fino ad ora non eravamo mai arrivati al punto di creare una cellula produttrice di insulina completamente funzionante grazie alla manipolazione di un singolo bersaglio".
Disattivando il gene FOXO1, Accili e colleghi sono riusciti a insegnare alle cellule intestinali umane a produrre insulina come risposta alle mutate circostanze fisiologiche. Quello che studi precedenti svolti dal laboratorio di Accili avevano dimostrato esserepossibile sui topi, ora ha funzionato anche con le cellule umane. Gli autori hanno prima di tutto creato un modello di tessuto dell'intestino umano con cellule staminali umane pluripotenti. Grazie all'ingegneria genetica, hanno poi disattivato tutti i FOXO1 operanti all'interno delle cellule intestinali. Dopo sette giorni alcune delle cellule hanno iniziato a rilasciare insulina e, fatto di estrema importanza, solo in risposta al glucosio.

Gli studi precedenti svolti sui topi, i cui risultati erano stati pubblicati nel 2012 su Nature Genetics, avevano dimostrato che l'insulina così prodotta veniva rilasciata nel flusso sanguigno mantenendo intatte tutte le sue funzionalità e riusciva perciò a normalizzare i livelli di glucosio nel sangue di topi diabetici. "Mostrando che le cellule umane rispondono allo stesso modo delle cellule dei topi", commenta Accili, "abbiamo rimosso l'ostacolo principale e ora possiamo andare nel tentativo direndere questa cura realtà". Ovvero trovare un farmaco che possa spegnere FOXO1 nelle cellule gastrointestinali dei pazienti diabetici per far loro produrre insulina.

domenica 14 settembre 2014

Diabete: FOXO 1, il gene responsabile


FOXO 1 è il gene responsabile del Diabete 1, secondo la recente ricerca pubblicata su Nature Communications dalla Columbia University, tramite gli scienziti del Naomi Berrie Diabetes center, da anni in prima linea nella lotta alla grave e invalidante patologia cronica.

In pratica nel Diabete 1 le cellule immunitarie, dettelinfociti T cd4 e linfociti T cd8, andrebbero ad aggredire le cellule del pancreas, l'organo ghiandolare con il compito di elaborare l'ormone Insulina, che, a sua volta, regola l'equilibrio ematico del Glucosio, lo zucchero semplice, principale fonte energetica delle cellule.
I ricercatori americani hanno focalizzato la loro attenzione sul gene FOXO 1, responsabile della produzione di un fattore proteico regolatore del metabolismo glucidico e della capacità degli adipociti, ossia le cellule del tessuto "grasso", di depositare Trigliceridi o "grassi".
In pratica, andando ad inattivare il gene FOXO 1, è stato possibile agire su cellule gastrointestinali, favorendone una differenziazione nel senso ghiandolare; di fatto, in un intestino murino creato con cellule staminali pluripotenti è stato osservato che le cellule con il gene in questione silenziato hanno cominciato a produrre Insulina come risposta fisiologica alla presenza di Glucosio.
Dal momento che il modello murino, spesso utilizzato nella ricerca in laboratorio perché evolutivamente "simile" all'Uomo, fornisce preziose informazioni anche sulla variante umana di FOXO 1. La speranza che si nutre è che nel volgere di qualche anno si possa giungere ad una cura per ilDiabete di tipo 1, una patologia autoimmune che ad oggi viene approcciata, dal punto di vista clinico, con interventi che vanno dall'assunzione, per il paziente, di dosi quotidiane di Insulina esogena fino ad arrivare al trapianto di Pancreas, nei casi più gravi.


giovedì 4 settembre 2014

Diabete: cellule intestinali trasformate in produttrici insulina

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“Spegnendo” un singolo gene, un team di scienziati della Columbia University e’ riuscito a convertire cellule gastrointestinali in cellule produttrici di insulina, dimostrando in linea di principio che un farmaco potrebbe cambiare le cellule del tratto digestivo inducendole a produrre insulina. La ricerca, condotta da Domenico Accili della Columbia University e pubblicata su Nature Communications, potrebbe offrire l’opportunita’ di sostituire le cellule morte nel diabete di tipo 1 con cellule “rieducate” a funzionare bene. Un processo piu’ semplice delle altre opzioni considerate attualmente, come trapiantare nuove cellule dalle staminali adulte o embrionali. Le cellule che producono insulina possono essere realizzate in laboratorio da cellule staminali, ma generalmente non hanno tutte le funzioni naturali delle cellule beta pancreatiche. Dagli esperimenti e’ emerso che le cellule intestinali dei topi trasformate in cellule produttrici di insulina posseggono invece tutti i requisiti. La tecnica e’ efficace anche sulle cellule umane. Sui tessuti realizzati in laboratorio le cellule intestinali umane hanno “imparato” a produrre insulina in risposta alle circostanze fisiologiche create disattivando il gene FOXO1. Il prossimo passo sara’ lo sviluppo di un farmaco che inibisca il gene nelle cellule gastrointestinali dell’uomo.