giovedì 30 ottobre 2014

I cereali a colazione tengono lontano il diabete


Fare colazione è importante, ma lo è ancora di più se si consumano cereali perché, secondo un nuovo studio, abbassa il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2

Fare colazione, in particolare con i cereali, abbassa il rischio di diabete, specie nei bambini. Foto: ©photoxpress.com/Oleksiy Ilyashenko

D’accordo, fare colazione non fa dimagrire, ha suggerito un recente studio. Ma, fare colazione resta comunque una buona abitudine da incoraggiare: e su questo sono tutti d’accordo. In più, se durante il primo pasto della giornata si consumano cereali, ecco che possiamo ridurre il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2. Un profilo di salute che è stato trovato in particolare nei bambini che fanno colazione in questo modo.

Lo studio trasversale, condotto dai ricercatori dell’Università di St. George di Londra e pubblicato sulla rivista PLoS Medicine, ha visto il coinvolgimento di 4.116 bambini di età compresa tra i 9 e i 10 anni che sono stati interrogati circa la loro colazione. Parallelamente all’indagine volta a verificare se i partecipanti facevano o meno colazione e quali tipi di alimenti consumavano, la dott.ssa Angela Donin e colleghi hanno eseguito degli esami del sangue per misurare il rischio di diabete, valutando marcatori quali l’insulina a digiuno, la glicemia e l’emoglobina glicata (HbA1c).

I primi risultati hanno evidenziato che tra i bambini che saltavano la colazione quasi tutti i giorni (il 26%) vi era un più elevato rischio di diabete. Questi stessi bambini avevano livelli di insulina a digiuno più alti, una maggiore resistenza all’insulina, livelli di poco maggiori di HbA1c e glucosio rispetto a coloro che hanno riportato fare sempre la prima colazione.
Ma ciò che ha fatto la differenza tra coloro che facevano colazione, era il tipo di alimenti che assumevano. Difatti, i bambini che hanno riportato di assumere un alto contenuto di fibre e cereali per la prima colazione aveva un’insulino-resistenza inferiore rispetto a quelli che mangiavano altri tipi di cibo, come per esempio i biscotti.

Anche se una limitazione degli studi trasversali è il rischio di identificare false associazioni, a causa di fattori di confondimento, le associazioni individuate in questo studio sono rimaste significative anche dopo l’aggiustamento per possibili fattori confondenti come lo status socio-economico, l’attività fisica e il grasso corporeo.
«Le associazioni osservate suggeriscono che il consumo regolare della prima colazione, che coinvolge soprattutto il consumo di cereali ricchi di fibre, potrebbe proteggere contro il rischio di sviluppo precoce di diabete di tipo 2», concludono i ricercatori.

domenica 26 ottobre 2014

Caffe': attenzione, puo' favorire il diabete di tipo 2



Il caffè può favorire il diabete nei consumatori abituali e soprattutto in chi soffre di ipertensione. Una delle bevande più amate può essere dunque inserita tra le cause del diabete? Il primo pensiero va ai cucchiaini di zucchero che molti amanti del caffè versano nella tazzina senza pensarci troppo. Proviamo ad approfondire ciò che dice la scienza.
Una nuova ricerca, infati, ha evidenziato che chi assume caffè di frequente ha molte più probabilità di sviluppare il diabete, soprattutto se soffre diipertensione. In particolare, si ritiene che bere più di 3 tazzine di caffè al giorno possa favorire il diabete in alcune persone.
Secondo una ricerca appena presentata al congresso dell'European Cardiology Society a Barcellona, il caffè è nocivo per i soggetti a rischio di diabete. In particolare, il caffè farebbe innalzare i livelli di glucosio, favorendo l'insorgenza deldiabete di tipo 2.
Alcune persone dopo aver bevuto caffè rischiano di non riuscire ad addormentarsi, di non riposare bene o di sentirsi nervose. Si tratta di conseguenze soggettive che non colpiscono tutti gli amanti della classica tazzina bollente. Ma ora il rischio di diabete può riguardare tutti, con ipertesi e soggetti predisposti al diabete in prima fila.
Secondo gli esperti, il 58% dei consumatori abituali di caffè fatica a metabolizzare la bevanda. Il lungo processo di metabolizzazione conduce ad un incremento dei livelli di glucosio nel sangue, pericoloso per l'insorgenza del diabete e della sindome da pre-diabete. Il caffè, inoltre, potrebbe amplificare gli effetti di ansia e depressione. In attesa di ulteriori conferme, riuscireste a ridurre il vostro consumo di caffè in nome della salute e della prevenzione?
Marta Albè

venerdì 24 ottobre 2014

Quando il diabete è causato dalle pentole per cucinare



L’esposizione alle tossine trovate nelle pentole antiaderenti potrebbe portare a sviluppare il diabete di tipo 2, suggerisce un nuovo studio condotto dai ricercatori della Divisione di Medicina del Lavoro e Ambientale presso l’Università di Uppsala. Anche altri prodotti sul banco degli imputati
Le pentole antiaderenti e altri prodotti composti dalle stesse sostanze sono stati trovati aumentare il rischio di diabete. Foto: ©photoxpress.com/Lucky Dragon

prodotti sul banco degli imputati

Le pentole antiaderenti e altri prodotti composti dalle stesse sostanze sono stati trovati aumentare il rischio di diabete. Foto: ©photoxpress.com/Lucky Dragon


C’è un collegamento tra il diabete, le pentole antiaderenti e altri prodotti. Collegamento favorito da un’esposizione a sostanze come i perfluorurati (PFC), utilizzati non solo nelle pentole antiaderenti ma anche in molti altri prodotti industriali e di uso comune come, per esempio, schiume antincendio, grasso e materiali idrorepellenti, materiali a contatto con alimenti, sciolina e tessuti in GoreTex.

Ora, ad aver trovato questa correlazione sono stati i ricercatori della Divisione di Medicina del Lavoro e Ambientale presso l’Università di Uppsala, in Svezia, i quali hanno condotto uno studio su un gruppo di circa 1.000 persone di entrambi i sessi per misurare i livelli di 7 diversi tipi di perfluorurati nel sangue e valutare se questi fossero correlati al diabete, già presente in 114 delle persone partecipanti allo studio.

La prof.ssa Monica Lind e colleghi hanno scoperto che questi sette composti perfluorurati erano rilevabili in quasi tutti gli individui coinvolti nello studio. Le analisi specifiche condotte hanno poi permesso di scoprire che alti livelli nel sangue di uno di questi composti, l’acido perfluorononanoico (PFNA), erano collegati al diabete.
I risultati finali dello studio, pubblicati sulla rivista Diabetologia, hanno tuttavia mostrato che non solo il PFNA era collegato al diabete, ma anche il noto PFOA (acido perfluoroottanoico) utilizzato nella produzione di pentole antiaderenti. Questo stesso composto è stato trovato essere correlato all’interruzione nella secrezione dell’insulina da parte del pancreas.

Sono dunque ancora una volta sotto accusa questi composti chimici utilizzati nelle produzioni industriali che, come spesso accade, divengono poi parte dell’ambiente e dei prodotti che utilizziamo nella quotidianità. E il problema sta proprio qui: l’essere umano crea e produce per il proprio rendiconto sostanze che all’atto pratico attentano alla salute dell’ambiente e, di conseguenza, alla salute di tutti. Quand’è che impareremo la lezione?
  

mercoledì 22 ottobre 2014

Diabete gestazionale: cos’è, quali i rischi, come curarlo

Il 16% delle future mamme sviluppa il così detto diabete gestazionale, molto simile a quello di tipo 2 che solitamente insorge dopo i 60 anni in conseguenza di abitudini alimentari sbagliate e di uno stile di vita sedentario; particolarmente a rischio sono le gestanti in sovrappeso, quelle che hanno già sviluppato tale patologia in precedenti gravidanze e quelle che presentano nella storia clinica familiare casi di diabete. In sostanza, il diabete gestazionale è una manifestazione precoce di un diabete di tipo 2 slatentizzato dallo stress metabolico della gravidanza; certo, una situazione da non sottovalutare, ma anche una opportunità per correggere il proprio stile di vita. Vediamo insieme cosa lo causa, quali sono i rischi per la madre e per il piccolo e quali sono le terapie previste.
Normalmente, gli ormoni della placenta contrastano l’insulina prodotta dal corpo della madre per garantire al piccolo il giusto apporto di zuccheri; quando questo meccanismo si altera, ecco comparire il diabete gestazionale: si instaura una situazione di insulinoresistenza e nel sangue materno riscontra una concentrazione eccessiva di glucosio.
Il problema deve essere diagnosticato fra la 23esima e la 28esima settimana di gestazione; per farlo basta osservare la curva glicemica materna sottoponendo la donna a tre prelievi di sangue in tre momenti diversi: prima di assumere 75 grammi di glucosio, a distanza di un’ora e dopo due ore dall’assunzione. La concentrazione di glucosio nel sangue non deve superare rispettivamente i 93, 180 e 153 milligrammi di glucosio per decilitro di sangue.
Quali sono i rischi? Nella madre lo scompenso metabolico può comportare complicanze cardiovascolari, mentre il bambino può avere un maggior peso alla nascita, con una media di 4,3 chili. Questo può portare a complicanze durante il parto e a un taglio cesareo, mentre le attuali terapie hanno drasticamente abbassato l’incidenza di casi di morte endouterina e sofferenza fetale. Un ulteriore e importante rischio è quello che il piccolo, cresciuto in un utero con alti valori di glicemia, possa sviluppare a sua volta il diabete di tipo 2.
La terapia consiste in un cambio di alimentazione: diminuiti gli zuccheri e i grassi, è necessario incrementare il consumo di frutta, verdura, pesce, pollame e legumi; inoltre è necessario praticare una attività fisica anche moderata. Bastano 40 minuti di passeggiata a passo svelto tutti i giorni. Nel casi più severi si può fare ricorso all’insulina; in ogni caso è necessario monitorare la crescita del piccolo attraverso ecografie periodiche.

lunedì 20 ottobre 2014

Lavorare troppo fa venire il diabete


 Lavorare più di 55 ore a settimana fa aumentare di un terzo il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2, ma solo se si è impiegati in lavori manuali o comunque con uno status socioeconomico basso. A questa conclusione sono giunti gli autori di uno studio appena apparso sulla rivista The Lancet Diabetes & Endocrinology alla fine di una meta-analisi compiuta su 4 studi pubblicati e sui dati non pubblicati di altri 19 studi su una polazione totale di 22 uomini e donne di Stati Uniti, Europa, Giappone e Australia, seguiti in media per quasi 8 anni.


Rispetto a chi lavora con un normale orario settimanale di 35-40 ore, chi supera le 55 vede aumentare significativamente i rischi. L'associazione, che regge anche tenendo conto di diversi fattori di rischio noti come il sovrappeso, il fumo, l'età, il sesso e perfino il lavoro su turni, di cui si conosce il ruolo nell'insorgenza del diabete, non è però risultata valida per tutti i tipi di lavoro, ma solo per quelli di profilo più basso.


"Anche se è improbabile che l'orario di lavoro aumenti il rischio di diabete in tutti, i professionisti del settore sanitariodovrebbero essere consapevoli che è associato a un rischio significativamente più alto in chi fa lavori dallo status socioeconomico più basso", ha dichiarato Mika Kivimäki, tra gli autori della meta-analisi. Su quali siano i meccanismi alla base di questa associazione saranno però necessari ulteriori studi. Tra le spiegazioni possibili, secondo i ricercatori, ci sono orari di lavoro organizzati in modo da lasciare poco spazio per attività ricreative e ristoratrici come dormire, rilassarsi, fare esercizio fisico.

venerdì 17 ottobre 2014

Diabete: un nuovo test aiuta a identificare i bimbi a rischio?


Prevenzione diabete: un gruppo di ricercatori ha messo a punto un test sulla saliva che sembra in grado di identificare i bambini a rischio di sviluppare il diabete di tipo 2
Fino a qualche anno fa era considerata una malattia esclusivamente da adulti. Negli ultimi tempi, invece, ildiabete di tipo 2 è diventato sempre più frequente anche fra i bambini. Colpa soprattutto del cambiamento dello stile di vita, in particolare della scarsa propensione a fare sport e della dieta poco equilibrata. Purtroppo, si tratta di una condizione pericolosa: infatti, può comportare una serie di conseguenze, anche nel lungo periodo. Per questo, sarebbe importante riconoscere per tempo i bimbi a rischio. In futuro, l’identificazione precoce potrebbe essere relativamente semplice. Infatti, è stato messo a punto un test sulla saliva in grado di individuare i probabili futuri diabetici.
Un’indagine per nulla invasiva
Il nuovo esame è stato ideato da un team di ricercatori americani, del Forsyth Institute, e presentato sulla rivista Plos One. In pratica, consiste nel prelievo di un campione di saliva, che viene poi analizzato in laboratorio, alla ricerca di alcuni biomarcatori specifici, che hanno un legame con il diabete di tipo 2.
Lo studio su oltre 700 bambini
L’efficacia e l’utilità dell’indagine sulla saliva sono state provate su un gruppo di 774 bambini di 11 anni, con peso corporeo differente. Alcuni erano sottopeso o normopeso, mentre altri erano sovrappeso o obesi. Tutti sono stati sottoposti al test per l’analisi dei biomarker nella saliva.
Analizzati 4 marcatori
Dall’analisi dei risultati, è emerso che il livello di quattro marcatori accresceva all’aumentare del peso dei bambini. Questi marcatori erano: la leptina, l’adiponectina, la proteina C-reattiva e l’insulina. Ebbene, queste sostanze svolgono un ruolo importante anche nello sviluppo del diabete di tipo 2. Del resto, occorre sapere che sovrappeso e obesità sono correlati a un rischio aumentato di malattie metaboliche e cardiovascolari.
Il parere degli esperti
Gli autori sono molto soddisfatti di quanto scoperto. “La nostra ricerca è interessante perché i metodi non invasivi sono fondamentali quando si tratta di bambini. La diagnostica salivare potrebbe fornire un’alternativa accettabile per lavorare sulla prevenzione del diabete sin dall’infanzia” hanno spiegato.
IN BREVE
IL MECCANISMO DEL DIABETE
Il diabete di tipo 2 è caratterizzato dall’incapacità dell’organismo di percepire il segnale dato dall’insulina, che oltretutto viene prodotta in quantità ridotte. L’insulina è un ormone prodotto dal pancreas, che permette allo zucchero di entrare nelle cellule per nutrirle, evitando che si accumuli nel sangue.


domenica 12 ottobre 2014

Saliva per valutare i livelli di glucosio nel diabete mellito



Il diabete mellito è un disturbo del metabolismo dei carboidrati caratterizzato da iperglicemia e glicosuria. Rappresenta una distorsione nell’equilibrio tra l’utilizzo del glucosio da parte dei tessuti e la liberazione di glucosio da parte del fegato.
I test diagnostici in genere utilizzano sangue e urine e meno frequentemente fluidi come saliva, sudore e lacrime. Gli steroidi, gli anticorpi, gli ormoni e alcuni farmaci allo stato attuale riescono a essere rilevati e misurati nella saliva. In questo studio gli autori hanno voluto determinare la correlazione tra la concentrazione salivare di glucosio e quella nel sangue in individui sani non diabetici e in pazienti con diabete mellito di tipo II.
In questo studio sono stati considerati 30 pazienti (20 con diabete mellito di tipo II e 10 sani come gruppo controllo) di età tra 25 e i 45 anni. I campioni di sangue e di saliva sono stati raccolti durante condizioni di riposo. Sono stati raccolti campioni di saliva non stimolata a riposo e a digiuno ogni 60 secondi per un totale di cinque minuti. Tutti i soggetti sono stati invitati a lavarsi la bocca accuratamente prima di raccogliere campioni di saliva. Anche i campioni di sangue sono stati raccolti sia nel gruppo di diabetici che in quello di controllo mediante prelievo venoso. Ė stata anche determinata l’emoglobina glicosilata  A1c sia in pazienti diabetici di tipo II che nel gruppo di controllo ed è stata riscontrata una correlazione significativa tra HbA1c e glicemia.
Ė stata anche rilevata una correlazione significativa (r = 0.54 e r = 0.45) tra glicemia a digiuno e glicemia a digiuno salivare nel gruppo dei diabetici e nel gruppo di controllo, rispettivamente. Una correlazione positiva è stata trovata anche tra la concentrazione salivare di glucosio a digiuno e l’HbA1c per il gruppo di diabetici (r = 0,39) e quello di controllo (r = 0,38), rispettivamente.
Questi risultati suggeriscono che la saliva può essere utilizzata nella valutazione della concentrazione di glucosio nel sangue nel diabete mellito pazienti come metodologia semplice, rapida e non invasiva